domenica 12 luglio 2009



I cittadini, in prima persona, sono chiamati oggi a rispondere attivamente alle sfide ambientali di questo millennio. Se, da una parte, le agende governative nazionali nonché locali e da un'altra i media, le comunità scientifiche, le accademie, il mondo dell'associazionismo si stanno impegnando nella rapida diffusione degli obiettivi comuni per far fronte alle suddette problematiche, ciascuno con i propri linguaggi e con il proprio pubblico, ciò non è ancora sufficiente, i risultati non sono ancora quelli sperati.

Permangono troppi dubbi, legati, da un lato, dall'enorme confusione creata dal bombardamento quotidiano di notizie e informazioni spesso prive di basi scientifiche ad opera di divulgatori e dei mass media, dall'altro dalla mancanza di un substrato solido di coscienza ecologica in tutti gli strati della società. L'Ambiente viene pertanto percepito come un argomento alla moda e sostanzialmente come una novità per molti, nonostante da sempre noi tutti siamo i diretti utilizzatori delle sue preziose risorse, essenziali per la nostra vita.

Ci sono ancora troppi orecchi e occhi distratti e anche tra chi cerca di informarsi dai mezzi di comunicazione tradizionale permangono ancora troppe incertezze, ad esempio sulla validità di alcune risorse rispetto ad altre oppure sull'efficienza e la covenienza di alcuni impianti.

Siamo il Paese che da anni ha bocciato il nucleare e che oggi invece sta ritornando nuovamente indietro sui suoi passi nell'inconsapevolezza generale. Tutto ciò rispetto ai paesi dove la coscienza delle problematiche ambientali è maggiormente diffusa con cognizione di causa; il che significa per noi solo un enorme spreco di energie, di opportunità e di denaro pubblico.

In risposta a queste carenze e in vista del raggiungimento degli obiettivi suddetti si evidenzia la necessità della diffusione di un sapere scientifico, ecologico, sia teorico che tecnico.

domenica 5 luglio 2009

L'Italia, Kyoto e le buone intenzioni


L'Italia è tra i paesi sottoscrittori del Protocollo di Kyoto, protocollo in vigore dal 16 febbraio 2005 ma sottoscritto nel 1997.

Sappiamo bene che gli obiettivi ratificati allora rappresentano un punto di incontro minimale, cioè al ribasso, insufficienti a contrastare efficacemente il riscaldamento globale secondo l'opinione degli scienziati e degli organismi internazionali come IPCC, alla luce delle conoscenze dell'epoca e ancora di più in base alle conoscenze attuali. Chiarita la derivazione antropica del fenomeno si poteva osare di più. Tuttavia le percentuali fissate allora furono sostanzialmente delle decisioni politiche per agevolare la firma della maggior parte degli Stati mondiali e per innescare un cambiamento, una correzione di rotta che portasse il mondo verso forme di produzione, di consumo e di trasporto più sostenibili. I governanti si mantennero cauti nelle soglie da fissare, per timore di non raggiungere nemmeno quelle percentuali decise o di dover operare trasformazioni troppo decise e repentine alle economie dei loro rispettivi paesi. Se si fosse intervenuti sin da subito sarebbe stato facile centrare i modesti obiettivi che il Protocollo si prefiggeva e si sarebbe innescato un cambiamento sia nell'apparato economico che nel modo di pensare dei cittadini.

L'Italia è ancora indietro nonostante la firma risalga a diversi anni orsono e si avvia a non poter rispettare le scadenze e gli impegni presi. Soprattutto, andava evitato di puntare a meccanismi di riforestazione di Paesi in Via di Sviluppo o di Emission Trading, cioè acquisto di quote e “permessi di inquinamento” che possono trasformarsi semplicemente in una pressione fiscale ulteriore per le tasche dei contribuenti, senza reali benefici per la collettività nè per le condizioni atmosferiche e in generale del Pianeta.

La strategia migliore è il coinvolgimento dei cittadini sia con iniziative dal basso, sia con finanziamento ai progetti più innovativi e a chi non ha altre fonti di finanziamento, invece di incentivare, ad esempio con i CIP6, i grossi impianti fatti da grossi industriali, a puro scopo di profitto e senza alcuna cura per l'ambiente.

Abbattere il quantitativo di combustibili fossili significa non solo diminuire la quantità di anidride carbonica CO2 nell'atmosfera, ma anche andare ad alleggerire la bilancia energetica e commerciale italiana, dal momento che il 98% degli idrocarburi consumati nel Belpaese sono importati, e significa anche ridurre l'instabilità internazionale, dal momento che, come sappiamo, il petrolio è spesso la causa scatenante di conflitti più o meno dichiarati.